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Home»Diritti Umani»Mille le persone disperse in mare durante il ciclone Harry
Diritti Umani

Mille le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Marina PellitteriBy Marina Pellitteri5 Febbraio 2026Nessun commento6 Mins Read
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Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry
Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle Autorità di Malta e Italia.

«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che rilancia le nuove testimonianze e i nuovi elementi raccolti negli ultimi giorni dai Refugees in Libia e Tunisia.

Che cosa sappiamo finora dai canali ufficiali?

Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.

Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell’Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini ( https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/ ) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.

Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare.

Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?

«Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans – il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni».

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1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry
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Marina Pellitteri

Marina Pellitteri direttore responsabile ed editore Aletheia Online

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