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Home»DIRITTI UMANI»Sudan, 3 anni di guerra in 3 parole: catastrofe, impunità e atrocità
DIRITTI UMANI

Sudan, 3 anni di guerra in 3 parole: catastrofe, impunità e atrocità

Marina PellitteriBy Marina Pellitteri15 Aprile 2026Nessun commento7 Mins Read
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Sudan, 3 anni di guerra in 3 parole: catastrofe, impunità e atrocità

Lo scontro tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido, insieme ai gruppi alleati di entrambe le parti, ha provocato uno smantellamento sistematico dei servizi essenziali su cui la popolazione fa affidamento, tra cui l’assistenza sanitaria, la protezione e la sicurezza alimentare e di base.

Tre anni di guerra in Sudan si riassumono in 3 parole: catastrofe, atrocità e impunità. Catastrofe perché si tratta della crisi umanitaria più grave al mondo, con circa 14 milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case. Atrocità perché le persone vengono massacrate a causa della propria etnia, subendo torture, fame e violenza. Impunità perché questa guerra viene combattuta senza alcun riguardo per i civili e in palese violazione del diritto internazionale umanitario.

Un sistema sanitario indebolito e preso di mira
Un ciclo di violenza inarrestabile contro civili e personale sanitario
Un fallimento politico collettivo
Un sistema sanitario indebolito e preso di mira
Nel 2025, i nostri team hanno curato più di 7.700 pazienti vittime di violenza fisica, inclusi feriti per arma da fuoco, fornito oltre 250.000 visite mediche di emergenza e condotto più di 4.200 visite per casi di violenza sessuale, molto spesso utilizzata come arma di guerra, e che colpisce in primo luogo le donne.

Nello stesso periodo, più di 15.000 bambini sotto i 5 anni sono stati ricoverati nei nostri programmi nutrizionali ospedalieri a causa della malnutrizione acuta, una condizione in aumento, che aggrava il rischio di decesso per malattie altrimenti curabili.

Nel loro insieme, questi dati dimostrano che, al di là delle vittime dirette del conflitto, la violenza incessante sta infliggendo un danno profondo e di vasta portata, con gravi conseguenze per la salute della popolazione.

Nel corso del conflitto, i programmi di vaccinazione sono stati interrotti e i sistemi di sorveglianza sanitaria compromessi, accelerando la diffusione di malattie e ritardando l’individuazione delle epidemie. La risposta umanitaria internazionale — compresa quella delle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare nel Darfur — non è ancora sufficiente a prevenire perdite evitabili di vite umane. I tagli ai finanziamenti stanno peggiorando ulteriormente una situazione già disastrosa, e ancora una volta sono le persone a pagarne il prezzo: muoiono per cause prevenibili perché le autorità sudanesi e la comunità internazionale non riescono a venire in loro aiuto.

Abbiamo assistito a ricorrenti focolai di malattie mortali, ma prevenibili, in tutto il Sudan: dal morbillo nel Darfur all’epatite E nello Stato di Jazeera, fino al colera nel Khartoum o nel Nilo Bianco. Nel 2025 MSF ha curato più di 12.000 pazienti colpiti da morbillo e quasi 42.200 colpiti da colera. Queste ondate stanno costando la vita alle persone più vulnerabili, specialmente bambini e donne in gravidanza.

La mia bambina è nata prematura, perché la guerra ci ha costretti a fuggire da Omdurman mentre ero incinta. Ha sofferto molto a causa dei ripetuti ricoveri. Inoltre, non era stata vaccinata a causa della guerra”.
Ferdos Salih
madre di una bambina di 11 mesi

Gli ospedali sono stati saccheggiati, bombardati e occupati. Il personale medico è stato minacciato, arrestato o costretto a fuggire, mentre alle ambulanze è stato impedito di raggiungere i feriti.

Un ciclo di violenza inarrestabile contro civili e personale sanitario
Da aprile 2023, più di 2.000 persone sono state uccise e 720 ferite in 213 attacchi a strutture sanitarie in tutto il paese — nel 2025, secondo l’OMS, in Sudan si è verificato l’82% di tutti i decessi globali causati da attacchi alle strutture sanitarie. Nello stesso periodo, MSF ha documentato 100 attacchi contro il proprio personale, le strutture supportate e le forniture mediche.

Il 2 aprile, un attacco all’ospedale di Al Jabalain, che secondo fonti locali sarebbe stato compiuto dalle RSF, ha causato 10 vittime, tra cui 7 membri del personale medico, alcuni dei quali avevano precedentemente lavorato con la nostra organizzazione. Solo 2 settimane prima, il 20 marzo, un attacco contro l’ospedale di El Daein, nel Darfur orientale, che, sempre secondo fonti locali, sarebbe stato compiuto dalle SAF, ha causato la morte di 70 persone, tra cui 15 bambini.

Eppure, nonostante le minacce costanti, i ripetuti attacchi da entrambe le parti in conflitto e la continua indifferenza internazionale, i volontari e il personale medico sudanese continuano a dimostrare una dedizione straordinaria, impegnandosi a fornire assistenza dove è più necessaria.

Oggi, la vasta regione del Kordofan – nella parte centro-meridionale del paese – è la zona di conflitto più instabile e attiva e si teme che possa diventare il prossimo teatro di atrocità, come è già accaduto in passato in altre regioni, tra cui il Darfur, il Khartoum o la Gezira. È anche una delle aree meno accessibili per le organizzazioni umanitarie, il che rende le comunità ancora più vulnerabili man mano che la violenza si intensifica.

Negli ultimi mesi, abbiamo osservato un preoccupante cambiamento nelle modalità della guerra, compreso un uso massiccio di droni sia da parte delle RSF che delle SAF. Questi attacchi si verificano sempre più spesso ben oltre le linee del fronte, prendendo di mira infrastrutture logistiche e zone civili densamente popolate.

Da febbraio, abbiamo prestato soccorso a circa 400 persone ferite da attacchi con droni che hanno colpito zone civili nel Ciad orientale e in varie aree del Darfur. Secondo le Nazioni Unite, questi attacchi hanno causato la morte di oltre 500 civili dal 1° gennaio al 15 marzo di quest’anno.

I team di MSF stanno accogliendo pazienti con ferite orribili: arti amputati e ustioni devastanti – molti dei quali sono già morti quando arrivano in ospedale. La portata della violenza e delle atrocità a cui assistiamo è insopportabile”.
Muriel Boursier
coordinatrice delle emergenze di MSF nel Darfur

Questi attacchi, condotti in evidente violazione del diritto internazionale umanitario, non sono sempre diretti contro obiettivi militari.

Ciò segna l’ennesimo grave deterioramento di un conflitto in cui le sofferenze della popolazione continuano ad aggravarsi.

Un fallimento politico collettivo
La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria: è anche un fallimento politico collettivo. Dopo 3 anni di quella che è diventata la più grave crisi umanitaria al mondo, la risposta dei governi e delle organizzazioni internazionali non è riuscita a soddisfare nemmeno le aspettative più elementari.

I ripetuti avvertimenti sulle atrocità, comprese quelle commesse contro le comunità non arabe a El Fasher da parte delle RSF, non hanno portato ad alcuna azione significativa.

Nel frattempo, bambini, madri e altre persone nelle comunità continuano a morire ogni giorno, sia a causa della violenza indiscriminata contro i civili, incluse uccisioni di massa, fame, torture e stupri, sia per la mancanza dei servizi di base che il sistema umanitario internazionale dovrebbe fornire.

Da aprile 2023, quasi 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e molte sono dovute fuggire più volte, perdendo tutto. Le due parti in conflitto, che in precedenza formavano il governo del Sudan, stanno smantellando la capacità del paese di proteggere, curare e sostenere la propria popolazione.

Il mondo deve agire ora. La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria, ma un fallimento politico collettivo. Non solo le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere la popolazione, ma devono essere anche ritenute responsabili delle violazioni in corso. La popolazione sudanese deve essere protetta in ogni momento, ovunque si trovi”.
Javid Abdelmoneim
presidente internazionale di MSF

Le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere i civili. Devono essere ritenuti responsabili delle violazioni in corso, che stanno infliggendo immense sofferenze alla popolazione.

Gli attori internazionali influenti devono esercitare con urgenza una pressione diplomatica significativa su coloro che finanziano, armano o sostengono politicamente le parti in conflitto. Anche se finora hanno tragicamente fallito nell’usare la loro influenza per fermare le atrocità di massa, esiste ancora una possibilità per influenzare la situazione e prevenire ulteriori crimini.

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Marina Pellitteri

Marina Pellitteri direttore responsabile ed editore Aletheia Online

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